Statine e dolori muscolari

Una composizione utile per contrastare i sintomi avversi delle statine.

Sergio Ammendola1, Mario di Loreto2, Fabrizio Guerra3, Anna Scotto d’Abusco4

1 AMBIOTEC SAS –Via del Fosso di S.Andrea 86 -00118 – Roma –Italy
2 Medical Doctor – Largo Palinuro 2 – 00040 – Pomezia (RM) – Italy
3 Sapienza University of Rome Department of Ondontostomatology Sciences Via Caserta 6 – 00161 – Roma
4 Sapienza University of Rome Department of Biochemical Sciences, P.le A. Moro, 5 – 00185 – Rome. Italy
Corresponding author: anna.scottodabusco@uniroma1.it

Le statine sono tra i farmaci più usati per il trattamento dell’ipercolesterolemie e il loro uso ha migliorato l’incidenza delle patologie cardiovascolari. Inizialmente questo tipo di molecola è stata caratterizzata nei funghi dove sembrava essere utile come antibiotico. Ancora oggi alcuni integratori sono a base di riso rosso su cui vengono cresciuti funghi ottenendo la monacolina. Studi clinici avevano indicato che la molecola era soprattutto un potente inibitore della idrossimetilglutaril-CoA reduttasi (HMG-CoA). Questo enzima è chiave nella sintesi del colesterolo in quanto produce mevalonato che è il precursore del colesterolo. Quindi l’enzima è cruciale nella produzione del colesterolo. Quindi persone che hanno una iperproduzione di colesterolo possono giovare dall’uso di questo tipo di farmaci. Ovviamente persone che hanno un eccesso di colesterolo assunto attraverso l’alimentazione avranno meno giovamento. La sintesi del colesterolo porta alla produzione di altre molecole che sono utili per il funzionamento della cellula. Ridurre tutte queste molecole avrà altre conseguenze come la tossicità muscolare. E’ stato mostrato che per effetto di varie cause e particolarmente in soggetti con una predisposizione genetica, l’assunzione prolungata di statine induce dolore muscolare, debolezza e affaticamento. In alcuni casi più gravi si è visto che le statine possono produrre rabdomiolisi, una forma di consumo delle proteine che costituiscono la cellula con danni ai muscoli molto seri.

Il meccanismo con cui viene indotta la tossicità da statine è legato da una parte all’inibizione della sintesi di mevalonato e dall’altra all’alterazione dei livelli energetici intracellulari ed in particolare del sistema della creatina/creatinafosfochinasi (CPK). Si è visto che in alcuni dei soggetti che assumono statine i livelli di CPK nel siero possono aumentare anche di 1000 volte. Questa situazione accade anche quando c’è un danno cellulare per cui le cellule lisate liberano nel sangue quest’enzima. La CPK è presente sia a livello mitocondriale che citoplasmatico e a partire da creatina produce fosfocreatina che viene trasportata nel citoplasma. In questo compartimento la fosfocreatina viene riconvertita a creatina liberando ATP. Uno squilibrio di questo sistema determina il cattivo funzionamento di tutta la cellula.

Noi abbiamo identificato e brevettato una composizione tra proteine e alcuni nutraceutici che è in grado di interferire con questo sistema ripristinando il sistema creatina/creatinafosfochinasi. La composizione agisce sul metabolismo della cellula e permette il controllo della CPK mitocondriale, questa è localizzata in vicinanza delle HMG-CoA reduttasi proprio sul mitocondrio per cui l’azione è rapida e in poco tempo la fatica, i dolori e la stanchezza muscolare spariscono. Il prodotto va assunto costantemente durante la terapia delle statine, si è visto che l’interruzione dell’assunzione riporta dolore. Alcuni studi eseguiti su linee cellulari umane, hanno permesso di capire che la modulazione è molto precoce e dopo 3 o 4 ore dalla somministrazione si possono osservare dei fenomeni di risposta cellulare.


Evidenze archeobiologiche che l’evoluzione della specie umana è stata influenzata dall’alimentazione

di Sergio Ammendola


Una delle più accese discussioni sull’alimentazione ed evoluzione della specie umana riguarda quanto sia stata determinante la prevalenza di prodotti di origine animale o vegetale, certamente essere diventati onnivori è stato un passaggio evolutivo determinante. Nella Savana africana, terra d’origine degli antenati dell’uomo, il terreno era arido e secco; frutti stagionali e bulbi rappresentavano le principali sorgenti di cibi vegetali mentre le fonti di cibo animale erano molto scarse. Ancora oggi la specie umana non si è adattata a grandi consumi di proteine animali come mostrano i problemi renali ed epatici che possono verificarsi dall’alta gluconeogenesi indotta da questo tipo di alimentazione. L’organismo umano sembra usare più facilmente i carboidrati per liberare energia senza la necessità di rimuovere eccessi di azoto attraverso le deaminazione. Dall’altra parte i sostenitori dell’ipotesi secondo cui l’uso di carni da parte dell’uomo primitivo sia stato un passaggio fondamentale nell’evoluzione, ipotizzano che più del 50% dell’energie usate dall’uomo primitivo, cacciatore e raccoglitore, venivano dal consumo di carne. Per contro i sostenitori dell’uomo con abitudini prevalentemente fitofaghe, sostengono che gli uomini primitivi mangiassero visceri animali ricchi di proteine, sali minerali e vitamine. Vale la pena osservare che i cibi vegetali come frutta, noci, bulbi e miele erano disponibili in quantità più elevate delle carni. La nostra specie non essendosi adattata ad essere carnivora sintetizza la vitamina A dal precursore vegetale b-carotene e possiede basse capacità di gluconeogenesi. I carnivori non sintetizzando vitamina A, necessitano di ingerirla e possiedono una grande capacità di neoglucogenesi. Circa alcune tribù come gli Inuits cacciatori e raccoglitori ma che preferibilmente consumano carni crude, il comportamento da onnivori ha permesso ad alcune etnie di adattarsi a condizioni estreme attraverso livelli di gluconeogenesi più elevati e durevoli del livello basale e assumendo vitamina A dai visceri delle loro prede (Zucoloto F.S., 2011).

Possibili correlazioni tra dieta e asimmetrie della scatola cranica umana

La scatola cranica è uno dei reperti fossili più disponibili per studiare gli antenati dell’uomo. Sono stati osservati vari parametri tra cui la grandezza dell’endocranio, l’asimmetria tra lobo destro e lobo sinistro, le differenze tra la superficie esterna ed interna, la differenza delle ossa mascellari e la dentizione (Price S.A. et al., 2012). Questi parametri insieme ad altri anche non riguardanti la scatola cranica, sono ritenuti sufficientemente significativi e hanno permesso di stabilire alcune differenze tra le varie specie da cui discende l’attuale specie umana (Steiper M.E. et al., 2012). Gli ominini antenati dell’uomo dovevano avere una scatola cranica molto piccola e quasi sicuramente erano nomadi costretti a raccogliere e poi cacciare. La dieta deve essere diventata progressivamente onnivora ed essere rapidamente cambiata dando luogo a variabilità genetica determinatasi a livello ontogenetico. Sappiamo che successivamente l’agricoltura prima e l’allevamento dopo hanno cambiato le abitudini alimentari dell’uomo che ha implementato i consumi di vegetali nella propria dieta. Ci sono ragionevoli elementi che hanno portato a supporre una correlazione tra le abitudini alimentari, il cambio di stile di vita e le speciazioni dell’uomo.

La stima delle modificazioni delle ossa sono specie-specifiche e proprie di ciascun individuo durante il corso della vita. Per questo le modificazioni vengono considerate un buon parametro per comparare i reperti scheletrici recuperati. Alcuni studi eseguiti su scheletri di Australopithecus africanus, un ominino estinto e parente dell’uomo, hanno permesso di studiare alcune ipotesi evolutive tra cui quella che associa la struttura delle mandibole, i denti e la grandezza della scatola cranica al tipo di alimentazione. Probabilmente la dieta era fatta di cibi di vario tipo tra cui vegetali e cibi molto duri, magari secchi nei periodi di carenza di vegetazione e quindi nocciole e ossi (Strait D. S. et al., 2010). E’ stato osservato che la forma del cranio di individui adulti dell’uomo moderno e dell’uomo di Neanderthals sono simili a quella di individui infantili di alcuni scimpanzé, di bonobo appartenente alla superfamiglia Hominoidea (“scimmie antropomorfe”) e alla famiglia Hominidae e Sahelanthropus tchadensis il più antico ominide trovato come mostrato in figura 1.

Figura 1: Ontogenia durante lo sviluppo postnatale comparativa del cranio. La traiettoria ontogenetica di ciascuna specie è visualizzata con una freccia grigia. La posizione lungo l’asse verticale di ciascun reperto indica la forma del suo cranio (il rapporto dimensione faccia/dimensione scarola cranica). La specie esistente e i Neanderthals sono rappresentate da neonati, infanti e adulti; i resti usati per gli antenati Ominini, che includono varie sottofamiglie tra cui lo scimpanzé,  sono datati tra 6 e 5,5 milioni di anni fa. Sono comparati Homo sapiens; Homo neanderthalis; Homo erectus; Australopithecus africanus; Sahelanthropus tchadensis e due linee di scimpanzé: Pan troglodytes e Pan paniscus. (da Zollikofer C. P.E. et al, 2010).

Figura 1: Ontogenia durante lo sviluppo postnatale comparativa del cranio. La traiettoria ontogenetica di ciascuna specie è visualizzata con una freccia grigia. La posizione lungo l’asse verticale di ciascun reperto indica la forma del suo cranio (il rapporto dimensione faccia/dimensione scarola cranica). La specie esistente e i Neanderthals sono rappresentate da neonati, infanti e adulti; i resti usati per gli antenati Ominini, che includono varie sottofamiglie tra cui lo scimpanzé, sono datati tra 6 e 5,5 milioni di anni fa. Sono comparati Homo sapiens; Homo neanderthalis; Homo erectus; Australopithecus africanus; Sahelanthropus tchadensis e due linee di scimpanzé: Pan troglodytes e Pan paniscus. (da Zollikofer C. P.E. et al, 2010).

Negli individui adulti dell’uomo attuale, la grandezza del cranio aumenta di circa 4 volte dalla nascita rispetto a quello che accade per la forma del cranio dello scimpanzé adulto. Lo sviluppo prenatale lento e la crescita postnatale veloce denotano differenti processi ontogenetici ma correlano nell’evoluzione della ontogenesi degli ominini. La ontogenesi craniale di ominini fossili è ben documentata negli individui Neanderthals, i nostri più vicini parenti ormai estinti. Dalle analisi ontogenetica e fenetica dei fossili è stato possibile ipotizzare che la speciazione deve essere avvenuta tra 0,5 e 0,7 milioni di anni fa, periodo a cui si fa risalire l’esistenza di un antenato comune. Quella del H.Denisovan risale a più di 1 milione di anni fa.

La disponibilità di molti reperti di H.neanderthalensis e la comparazione ontogenetica tra individui di età differenti con quelli di H.sapiens ha permesso di avere molte informazioni sull’ultimo evento di speciazione nell’evoluzione degli ominini permettendo di fare ipotesi sull’ontogenesi di un comune ancestore. Attualmente il dibattito circa l’evoluzione e sviluppo Neanderthal-Sapiens suggerisce che lo sviluppo prenatale lento è una caratteristica umana unica e che l’ontogensi dei Neanderthals era veloce e più vicina a quella dell’antenato comune.

I Neanderthals così come gli uomini moderni esibiscono varie caratteristiche autapomorfiche del cranio. L’uomo moderno ha una faccia piccola e rincalzata sotto il neurocranio, con il mento che è la sola prominenza. Il Nearderthal aveva una forma simile ma più bassa, più larga e un neurocranio allungato, alto e la faccia proiettata fuori con un prominente sistema masticatorio.

In base a tutte le varie comparazioni è stato possibile stabilire un quadro ontogenetico secondo il quale le morfologie specie-specifiche hanno luogo durante la ontogenesi prenatale, più probabilmente attraverso l’attivazione differenziale della crescita delle ossa. Dopo la nascita segue una modalità di sviluppo condivisa a livello ancestrale ma con alcune modificazioni rispetto all’antenato. Queste osservazioni valgono per gli ominini e scimpanzé ma non valgono per l’uomo moderno che invece ha molti tratti divergenti tra le varie popolazioni. Le prime specie di Homo abilis, sono spesso incluse sotto l’Australopiteco habilis o sotto H.rudolfensis. Le specie più recenti come H.ergaster sono spesso comprese sotto Homo erectus “sensu lato”. Queste specie di uomo vivevano molto poco rispetto all’uomo moderno e dagli scheletri trovati in Nariokotome e Tanzania, si può asserire che lo sviluppo era raggiunto ad un’età di 8-9 anni. Sono stati trovati a Dmanisi, Georgia, fossili che mostrano un sviluppo all’età di 11-13 anni. Reperti di individui di Australopiteco africano trovati in Taung, South Africa, mostrano un età media stimata per la morte di 3-4 anni. Individui nell’età infantile di A. afarensis da Dikika, Ethiopia, mostrano una datazione simile. Tutti i risultati sembrano indicare che quanto più si torna indietro nel tempo tanto più l’ontogenesi di ominini e di schimpanzè correlano. Gli adulti hanno cervelli più piccoli e un maggiore estensione delle faccie più larghe e con maggiori prominenze (Zollikofer C. P.E. et al., 2010; Steiper M. E. et al., 2011).